Come faccio a trovare la mia strada?

Cara Giò,

come faccio a trovare la mia strada? Da anni vorrei costruire qualcosa di mio ma non riesco a capire la direzione che voglio prendere. Mi sembra sempre di essere in balia degli eventi come se la vita mi portasse avanti e io mi lasciassi navigare. Credo di essere diventata brava a destreggiarmi in questa situazione ma ora vorrei decidere io la rotta.

Grazie,

S.

Cara S.,

se conoscessi la risposta alla tua domanda, forse vivrei in una villa con piscina in Provenza. No, non è un tentativo di mettere le mani avanti ed evitare di rispondere. È un po’ come se tu mi avessi chiesto qual è il senso della vita. Esiste una risposta che sia universale e che possa soddisfare tutti? No di certo. Però possiamo provare insieme a fare qualche riflessione per cominciare a districare una matassa di fattori belli ingarbugliati.

Non esiste un’unica strada

Credo che il primo equivoco sia l’idea che ciascuno di noi abbia una strada da seguire. Una sola, intendo. Siamo cresciute a pane e tròvati-un-lavoro-sicuro, per poi scoprire, da adulte, che il posto fisso forse ci garantisce un’entrata mensile che ci fa dormire tranquille ma spesso uccide i nostri sogni. Facciamo fatica a riconoscerci dei talenti quando, in verità, ne abbiamo ben più d’uno. Non tutti i nostri talenti possono essere trasformati in lavoro, anche se indirettamente ci aiutano nello svolgere la nostra professione, qualunque essa sia. Penso, ad esempio, alla capacità organizzativa — di cui vorrei tanto essere dotata — ma anche a talenti all’apparenza meno spendibili in un contesto professionale, come il pollice verde — a meno di essere giardiniere, certo. Senza scomodare il concetto un po’ inflazionato di multipotenzialità, sono convinta che ogni individuo possa riuscire bene in più di una mansione e in mestieri diversi. Penso, anzi, che sarebbe fantastico se nell’arco della vita potessimo svolgere lavori anche in campi molto lontani tra loro: scopriremmo altri talenti, acquisiremmo competenze nuove, non ci annoieremmo mai. Perché — ammettiamolo — anche quando il nostro lavoro è il più creativo del mondo, se si ripete sempre uguale a sé stesso, se non dà più stimoli né soddisfazioni, finisce per abbrutirci e spegnerci. Invece, noi abbiamo bisogno di alimentare sempre una scintilla che tenga viva la nostra innata curiositas.

Il bagaglio di esperienze

Nella tua lettera mi è parso di leggere tra le righe una certa preoccupazione rispetto al tempo che passa. Sono anni che cerchi di realizzare un progetto personale — di vita? Di lavoro? Entrambi? — sul quale investire le tue risorse. Se esistesse una formula matematica per cui, inserendo le opportune variabili, potessimo ottenere un risultato univoco — la risposta alla domanda “qual è il mio posto nel mondo?”—, sarebbe tutto più semplice e, in qualche modo, ci solleverebbe dall’onere della scelta. Un po’ come accadeva un tempo nel passaggio dalle scuole medie alle superiori. Nella relazione finale sull’andamento scolastico degli alunni c’era un’indicazione, chiamiamolo un caloroso suggerimento, sull’indirizzo di studi che ciascuno studente avrebbe fatto bene a seguire. Peccato che spesso insegnanti poco lungimiranti male interpretassero un momento di crescita e indirizzassero l’adolescente verso una carriera tutt’altro che adatta a lui. Della matematica ci fideremmo più che del giudizio degli esseri umani, per loro stessa natura fallibili, ma ci perderemmo la possibilità di sperimentare e di sbagliare. Mi domando, certa di indovinare la risposta, quante cose hai imparato in questi anni di ricerca, in tutte le strade che hai imboccato, mentre sentivi di non governare la tua vita! Io appartengo al team di coloro che pensano che la vita sia un apprendimento continuo e che nessuna esperienza sia inutile. Sono certa che hai una cassetta degli attrezzi che somiglia molto a un cappello da prestigiatore o alla borsa di Mary Poppins. Così, mentre ti sembrava di subire eventi e situazioni, accumulavi comunque esperienze preziose, quei talenti che prima o poi saprai come mettere a frutto.

Cosa vuol dire essere protagonista della tua vita?

Ci sentiamo personaggi secondari della nostra vita quando abbiamo l’impressione di non avere potere decisionale. Magari ti sei trovata in una situazione lavorativa — il posto fisso? — che non ti soddisfa ma, visto che sei in ballo, continui a ballare, pur senza convinzione. Del resto, se non sai quale sia la tua strada, che senso ha lasciare il porto sicuro? Io, al tuo posto, proverei a rivendicare il potere della scelta, che ti rende la protagonista della tua vita. All’interno di una narrazione, il protagonista è il personaggio che, più di tutti, ha la possibilità di cambiare. Non è detto che lo faccia ma, in un caso o nell’altro, sta sempre esercitando una scelta. Fuor di metafora, cosa voglio dire? Che restare in una situazione non deve essere per forza un evento ineluttabile su cui non hai margine di manovra. Puoi decidere di temporeggiare perché hai un obiettivo che ti muove. Nel tuo caso l’obiettivo può essere anche darti il tempo di percorrere altre strade per capire se risuonano con te. E qui arriva la domanda powerful: se non dovessi preoccuparti degli aspetti economici e pratici, qual è il lavoro che vorresti fare?

  • Se conosci la risposta a questa domanda, metti a punto un piano per concretizzare il tuo desiderio. Chiediti di cosa hai bisogno: di una qualifica? Di soldi? Quanto tempo ti occorre? Trasforma la tua idea in un progetto dettagliato, pianificalo in modo minuzioso.
  • Se non hai una risposta, smetti di guardare fuori di te e guardati dentro. Ma per davvero, senza fingere di farlo. Guardarsi dentro non si risolve in una meditazione o in qualche seduta di yoga. Guarda le tue paure, affronta il tuo critico interiore, fa’ un bagno di realtà, se necessario. Arriva a sentire il tuo perché, il tuo daimon, quello che ti fa tremare le viscere e le ginocchia. La risposta si paleserà di conseguenza.

Cara S.,

la tua domanda è molto complessa e forse non ti ho dato la risposta che ti aspettavi. Anche se non ti conosco, ho l’impressione che tu sia un’anima in viaggio che vorrebbe essere stanziale. Arrenditi alla tua natura, accogli il tuo vagare come un bisogno, senza giudizio. Puoi vivere senza radicarti nelle città o nei luoghi di lavoro, purché tu sappia sempre chi sei, in ogni fase del tuo percorso. È questa consapevolezza che ti restituisce il timone che ti sembra di aver smarrito.

Buon viaggio!

Giò

***

Cara Giò è una rubrica mensile in cui puoi chiedermi un’opinione su un argomento che ti sta a cuore, che abbia a che fare con i temi della crescita personale. Non sono né una guru né una psicologa né una cartomante. Più che dare consigli, faccio delle riflessioni, sperando che possano essere utili a chi le legge. Il confronto è la base di ogni relazione arricchente, non credi? Per inviarmi la tua domanda, scrivimi. E se questo post ti è piaciuto, ti sarei grata se lo condividessi sui social.

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