Perché non bisognerebbe mai smettere di chiedersi: chi sono io?

Chi sono io? Non mi riferisco alla natura intrinseca o al carattere, lascio ai filosofi questo genere di elucubrazioni. Parlo di quel tipo di identità di sé fatta del proprio sistema di valori, di ciò che ci permette di riconoscerci quando ci guardiamo riflesse nello specchio o nello sguardo di chi ci accompagna.

Ho creduto a lungo che per trovare la risposta giusta a questa domanda ci fosse un tempo ben preciso, che andava dall’inizio dell’adolescenza fino alla prima giovinezza, ossia agli anni dell’università. Sono i cosiddetti anni della formazione: si esce dal proprio piccolo mondo, fatto di orizzonti noti e poco stupore, per partecipare del mondo – quello vero – fatto di persone, conoscenze, libri, colori, emozioni e sentimenti, gusti, passioni, che sono scoperta e ricchezza al tempo stesso. Quando siamo giovani, forse non viaggiamo con questa domanda come navigatore ma l’effetto collaterale è che ci formiamo il nostro personale universo. Diventiamo noi stesse mondi da esplorare per tutte le persone che ci incontrano e che fanno un tratto di strada, anche breve, insieme a noi.

Quando la vita in apparenza perfetta si sgretola

Chi sono io pensavo di saperlo. Trascorsa già da un pezzo la fase di piena espansione del mio periodo di formazione, ero convinta che conoscermi significasse sapere di me informazioni pratiche, compilare una lista di mi piace, non mi piace e gradazioni intermedie. Non mi piacciono le castagne e vado matta per le bolle di sapone, ad esempio. Vivevo tranquilla, credevo di avere un buon livello di conoscenza di me, mi facevo pochissime domande e, tra esse, “chi sono io?” era una di quelle che avevano già trovato risposta.

A vedermi dal di fuori, si sarebbe detto che avevo tutto ciò che avrei potuto desiderare – un marito fantastico, un buon lavoro, una casa nel verde della collina a pochi chilometri dalla città. Invece, un giorno, d’un tratto, nel pieno di questa mia vita adulta e responsabile, mi sono ridestata, come se mi avessero dato una sberla. Mi sono ritrovata senza punti di riferimento: non sentivo più niente, ad eccezione del peso asfissiante della mia vita. A quel punto avevo due possibilità: o lasciarmi schiacciare da quel macigno, oppure partire dall’inizio e farmi di nuovo quella domanda.

Cosa ho capito quando sono andata in frantumi

Chi sono io l’avevo dato per scontato. Ma l’ho compreso solo in seguito. Ho capito che non bisognerebbe mai smettere di fare amicizia con sé stesse. Ho capito che, nel momento in cui ti poni, ancora e ancora, quella domanda, inizi un nuovo viaggio, ti metti in cammino alla scoperta di altri frammenti di te, come un caleidoscopio che scinde e riflette la luce, in combinazioni infinite di parti che si fondono in forme sempre rinnovate. Ho capito che non c’è un punto d’arrivo ma solo tappe intermedie. Ho capito che la staticità è una delle illusioni più affascinanti e pericolose, che l’impermanenza è una realtà con cui bisogna misurarsi, prima o poi. Ho capito che trasformare il cambiamento – che è inevitabile – in evoluzione è sempre una nostra scelta.

La costruzione della propria identità spiegata in una serie tv

Qualche giorno fa stavo guardano la puntata 3×18 della serie tv This Is Us. Non so se la conosci ma, se non l’hai mai vista e ti piacciono i drammoni familiari, non puoi assolutamente perdertela. Io piango a ogni puntata. C’era questa scena tra Kevin, uno dei protagonisti, e la sua nipotina di quattordici anni, che aveva scoperto da poco la propria omosessualità. La ragazza si domanda come si faccia a capire davvero chi si è. E Kevin le dà una risposta, che mi ha colpito (e mi ha fatto piangere, naturalmente). “Se c’è una cosa che ho imparato è che credo sia difficile realizzare chi siamo in un colpo solo. Credo che accada un po’ per volta nel tempo, un pezzettino alla volta […]. Procediamo nella vita lentamente e, nel frattempo, collezioniamo piccoli pezzi di noi stessi fondamentali per vivere, finché non ne abbiamo raccolti a sufficienza per sentirci finalmente completi“.

Non si finisce mai di chiedersi “chi sono io?”

Io, però, a differenza di Kevin, credo che non ci sentiamo mai completi. Credo che in ogni fase della nostra esistenza siamo la persona giusta al momento giusto. Siamo cioè la versione di noi stesse che abbiamo bisogno di essere per imparare qualcosa di nuovo e aggiungere un tassello al nostro meraviglioso microcosmo. Se non smettiamo di essere universi inesplorati innanzi tutto per noi stesse, non arriveremo mai al punto in cui, all’improvviso, ci sentiremo smarrite e ci domanderemo: “ma io, chi sono?”.  Se non mi fossi trovata a essere estranea a me stessa, non avrei mai deciso di cambiare la mia vita apparentemente perfetta per sceglierne una che assomigliasse di più alla persona che volevo essere da quel momento in avanti.

I cambiamenti sono lenti e incessanti

Guardarsi indietro, ogni tanto, senza pensare a ciò che faremmo diversamente ma per puro spirito di osservazione, può essere sorprendente e anche illuminante. Che la vita sia fatta di cambiamenti è un dato di fatto ma non ce ne accorgiamo, perché siamo intente a vivere e anche perché spesso le variazioni sono talmente minime da sembrare impercettibili.

A meno di eventi memorabili e macroscopici, come un cambio di lavoro o il trasferimento in una città diversa, noi cambiamo in modo lento e graduale, senza scossoni. Eppure lo facciamo tutti i giorni, un giorno alla volta, prendendo decisioni, facendo scelte a cui diamo poco peso. E poi d’un tratto ci guardiamo indietro e contempliamo con stupore il percorso che abbiamo compiuto. Come quando guardiamo le foto della nostra infanzia e ci sembra impossibile che in un momento della nostra storia siamo state quel corpicino così minuto.

Il potere di chiedersi “chi sono io?”

Almeno in questa parte del mondo e in questa epoca siamo libere di esprimere – o non esprimere – aspetti di noi stesse e di sperimentare combinazioni sempre nuove del nostro caleidoscopio interiore. Chiedersi “chi sono io?” è un’occasione per ripartire da sé, per ricostruirsi e cambiare strada, se è il caso, per avere sempre chiari bisogni, obiettivi e desideri, per essere le persone che vogliamo essere. Chiedersi “chi sono io?” ci consente di guardare al nostro passato senza rimpianti, sapendo che è stato funzionale al nostro presente, e di rivolgere il nostro sguardo verso il futuro, scegliendo chi vogliamo essere. È un potere pazzesco, non credi?

E tu, chi sei? Come vivi i cambiamenti di tutti i giorni? Se ti va, raccontamelo nei commenti oppure scrivimi in privato all’indirizzo ciao@giovannamartiniello.it. Ti aspetto, comunque tu voglia essere.

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