Come posso zittire la vocina critica e godermi la vita?

Cara Giò,

mi hanno sempre insegnato che il valore di una persona è dato dal valore in soldi e dal successo sul lavoro ma io non sono per niente d’accordo! Nonostante tutti i miei sforzi per staccarmi da questa convinzione limitante io — per me stessa — continuo a valutarmi in base a questo criterio e a non sentirmi mai abbastanza. Tutto quello che vorrei è capire come andare verso uno stile di vita interiore che prescinde dal materiale e riuscire a sentirmi bene e in sentimenti di abbondanza anche quando mi dedico a qualcosa che non porta guadagno in soldi. Come coltivare un hobby senza sentirmi una spendacciona perditempo, o godermi appieno un momento di relax senza sentirmi una scansafatiche.

Grazie,

V.

Cara V.,

La questione che (mi) poni è molto complessa: in base a quale criterio si dà valore — e quindi un prezzo — alla performance, al lavoro, persino alle persone?

Nella tua email avverto come una scissione: da un lato si nota la tendenza al perfezionismo, a seguire le regole sociali che vogliono una persona realizzata soltanto se soddisfa certe caratteristiche “misurabili”; dall’altro emerge il tuo desiderio forte di vivere secondo le tue regole, di scegliere a cosa dare valore — e quindi rilievo e importanza — senza sentirti, per questo, una cattiva figlia, compagna, amica, madre, lavoratrice (e così via).

Il mito coriaceo del posto fisso

Anche se non lo dici apertamente, suppongo che tu sia una freelance o una donna che ha un’attività in proprio. Se tu avessi un lavoro da ufficio o uno di quei lavori con orari e stipendio prestabiliti, dubito che ti sentiresti una “spendacciona perditempo” nel dedicarti a un hobby nel tuo tempo libero. Se ho indovinato, è possibile anche che tu sia di una generazione vicina alla mia. I nostri genitori ci hanno inculcato il concetto della sicurezza del posto fisso. Cosa sono queste manie di mettersi in proprio? Non sai quanto guadagnerai a fine mese, non sai se avrai i soldi per coprire tutte le spese. E la pensione? Scordatela! Quanto hai interiorizzato queste voci? Quanto la tua vocina stronza, che ti apostrofa come una scansafatiche solo perché ti stai godendo un po’ di meritato (sì, è meritato!) riposo, somiglia alle voci con cui sei cresciuta?

L’importanza di confutare la vocina stronza

Liberarsi di quelle voci è un processo e il primo passo è riconoscerle. Mi sembra che nella tua affermazione perentoria — io non sono per niente d’accordo! — quel processo si sia già avviato. Come sai bene, aver acquisito consapevolezza che quelle idee non solo non ti appartengono ma non ti sono nemmeno utili, non basta a renderti libera dalle tue convinzioni limitanti sui soldi, sul successo, sul valore di te stessa. Quello che potresti fare è scrivere quali sono le accuse che ti muovi da dentro e confutarle una per una, sulla base di evidenze concrete. Così, la prossima volta che la tua vocina ti dirà “ma cosa perdi tempo a fare con ‘ste stupidaggini invece di lavorare!” (scusami, non so come ti parla la tua vocina e ho preso in prestito il tono della mia), saprai esattamente come zittirla. È un lavoraccio, all’inizio non sarà immediato ma sono certa che, se perseveri, con il tempo ci prenderai gusto.

Il disease to please

Nel linguaggio psicologico anglofono l’espressione disease to please indica quel bisogno quasi impellente di compiacere le persone che amiamo o per le quali nutriamo rispetto. Pare che sia un meccanismo che ci viene stimolato nell’infanzia, grazie al “rinforzo positivo”, un po’ come si fa con i cani: ogni volta che fai qualcosa che piace all’adulto di riferimento, vieni elogiato. Ecco che il bambino cresce con l’idea di essere bravo solo quando va incontro al volere dell’altro. E, se non lo fa, sperimenta emozioni considerate negative, come senso di colpa, ansia, tristezza. Te ne parlo perché penso che tutti, a vari livelli, proviamo nella vita di ogni giorno il disease to please. Per alcuni questo implica la difficoltà a dire di no, per altri la tendenza a mettersi sempre all’ultimo posto, per altri ancora comporta sentirsi inadeguati e mai “abbastanza”. Come se ne esce? Facendo delle scelte che siano sensate per noi e coerenti con i nostri desideri e accettando il senso di disagio che proveremo nel compierle. Ci sono emozioni con cui vorremmo familiarizzare il meno possibile ma dobbiamo sapere che, se vogliamo smettere di compiacere gli altri — qualunque cosa questo significhi per ciascuno di noi —, la condizione sine qua non sarà restare con quelle emozioni.

Scrivere le regole della propria casa

Ritornando al tuo quesito, come puoi godere della tua vita secondo le tue regole, senza farti prendere dalla paura di finire sotto un ponte? Non sono sicura di avere una risposta esaustiva. Posso dirti come farei io. Scrivi le regole della tua casa. La casa può avere un significato letterale e simbolico: è lo spazio protetto in cui ti muovi e ti rifugi tutti i giorni ma è anche il tuo luogo inviolabile, il regno di cui sei tu la sovrana assoluta. A casa tua vigono le tue regole. Quali sono? Scrivile a mo’ di lista. Per esempio:

  • Il tempo per sé non è tempo perso ma guadagnato.
  • Dedicarsi ai propri hobby è una forma di amore per se stessi.
  • Dico sì solo alle proposte che mi entusiasmano, mi emozionano, mi fanno stare bene.
  • Mi sento ricca quando sono circondata dalle persone che amo.
    Se con te vivono altre persone, puoi pensare di coinvolgerle nella redazione collettiva delle regole di casa. Potete farne un piccolo manifesto — del resto, contiene i tuoi/vostri valori —, stamparlo, incorniciarlo e metterlo in bella vista. Così chiunque entrerà in casa tua saprà quali sono le regole che vigono e ci penserà due volte prima di elargire consigli non richiesti. Inoltre, quel poster ti farà da promemoria tutte le volte che ti sentirai scoraggiata o quando la vocina critica ti tormenterà dicendoti che diventerai certamente povera. Stabilire le tue regole significa anche abbracciare le conseguenze delle tue scelte e costruire la speranza.

Infine, cara V., condivido con te un pensiero che spero ti trovi d’accordo. Io credo che abbiamo la responsabilità di cambiare il nostro mindset anche per le generazioni future. Quali sono i valori che vogliamo trasmettere ai nostri figli e ai nostri nipoti? Non vogliamo forse che siano liberi di fare il lavoro che vogliono senza sentirsi sbagliati e senza farsi bloccare dalla paura? Non vogliamo che imparino a essere persone indipendenti ed equilibrate che sanno godersi la vita?

Ti lascio con qualche domanda e la certezza che farai del tuo meglio per vivere una vita che tu possa definire ricca e arricchente ogni giorno di più. L’unità di misura sei tu, tienilo sempre a mente.

Un abbraccio,
Giò

***

Cara Giò è una rubrica mensile in cui puoi chiedermi un’opinione su un argomento che ti sta a cuore, che abbia a che fare con i temi della crescita personale. Non sono né una guru né una psicologa né una cartomante. Più che dare consigli, faccio delle riflessioni, sperando che possano essere utili a chi le legge. Il confronto è la base di ogni relazione arricchente, non credi? Per inviarmi la tua domanda, scrivimi. E se questo post ti è piaciuto, ti sarei grata se lo condividessi sui social.

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