Nel 2015 sono andata in burnout, una sorta di esaurimento nervoso per intossicazione da stress. Non è una bazzecola, ho vissuto momenti di grande disagio emotivo, mi sentivo morta dentro — e difatti, benché continuassi a fare tutto, non avevo più alcuna energia vitale — e il mio corpo ha iniziato a reagire in modo non proprio amichevole. L’acne da stress (leggi: violenta eruzione cutanea) è esplosa sulle mie guance e, soprattutto, sono diventata grassa (ho preso una trentina di chili in due anni). Allo stress che mi stava già avvelenando, si è aggiunta la nevrosi legata al fatto di combattere contro un corpo che non controllavo più e che, nonostante esami medici e diete varie, non ne voleva sapere di ritornare nei ranghi.
La compassione per sé stesse come cura per la sofferenza
Essere grassa fa schifo, non giriamoci intorno. O, almeno, era quello che pensavo quando mi sono ritrovata con un corpo che non riconoscevo più, con un armadio di vestiti inutilizzabili e un senso di inadeguatezza senza precedenti, perché le mie imperfezioni erano talmente macroscopiche da essere sotto gli occhi di tutti. Se combattere il mio corpo si era rivelato inutile, dovevo trovare una soluzione diversa per placare la mia sofferenza. Ne ho trovate varie, a dirla tutta. Ma la più potente, quella che mi ha permesso davvero di vedermi, al di là delle mie sembianze fisiche, è stata la compassione per me stessa. E per apprenderla ci è voluto molto tempo.
Cos’è la compassione?
Compassione deriva dal latino cum (con) + patior (soffrire) e riguarda l’atto di sentire, da un punto di vista emotivo e con partecipazione, le sofferenze degli altri. È molto affine al concetto greco di simpatia, che indica la capacità di immedesimarsi nello stato d’animo e nelle sofferenze altrui. Nel linguaggio comune, la compassione non ha un’accezione del tutto positiva perché richiama il concetto di quella pietà, che si elargisce in modo magnanimo da una posizione di superiorità. Eppure, nell’idea della compassione, come in quello di sua sorella empatia, c’è un senso di uguaglianza e comunione, che si poggia sulla base universale di condividere la condizione di esseri umani.
Cos’è la compassione per sé stesse?
L’auto-compassione, ossia la compassione verso sé stesse, è la capacità di guardarsi con un atteggiamento non giudicante. Provare compassione per sé stesse significa aprirsi alla propria sofferenza con il desiderio di prendersene cura, senza evitarla o minimizzarla. È l’abbraccio dell’accettazione di sé, come esseri umani imperfetti, che vivono ogni giorno i limiti della propria fallibilità. Nel momento in cui riusciamo a vedere noi stesse e la nostra sofferenza senza aver paura di affrontarla, possiamo davvero mettere in atto un cambiamento.
Provare compassione per sé stesse significa rinunciare a migliorarsi?
Se provare compassione per noi stesse implica accettarci per come siamo, non vuol dire forse che stiamo rinunciando a migliorarci? La compassione per sé stesse non è un atteggiamento di passività? Io sono convinta di no. La vera compassione nasce dall’ammissione senza sconti dei propri errori e della propria realtà. Non c’è quell’indulgenza malsana tipica di chi non vuole assumersi le proprie responsabilità. Perdonarsi per non essere perfette è possibile solo attraverso una profonda comprensione di noi stesse. Se è vero che la spinta al miglioramento è motivata da ciò che non ci piace di noi o della nostra vita, è solo trovando la nostra verità, rispondendo a una reale istanza interiore, che il cambiamento sarà duraturo e porterà gli effetti che vogliamo.
La compassione per sé stesse come via all’empatia
L’auto-compassione non nega la possibilità di un miglioramento ma afferma che, nonostante quelli che riteniamo dei limiti oggettivi, noi meritiamo amore, attenzione, considerazione. Nonostante ciò che vogliamo cambiare di noi, vogliamo vivere una vita piena e appagante. La compassione verso noi stesse è fatta di gentilezza verso le nostre imperfezioni e del desiderio di prendersene cura. È sperimentando la compassione verso noi stesse che arriviamo all’empatia perché, comprendendo in modo approfondito la nostra sofferenza, siamo in grado di abbattere la barriera che ci separa dall’esperienza del dolore delle altre persone.
Rivelare chi si è davvero
Quando ho iniziato ad abbracciare il mio nuovo corpo e a provare compassione per tutto il dolore che non mi ero concessa di vivere, Mortifera è tornata alla carica con le sue domande scomode e provocatorie: non sarà che sono semplicemente pigra per decidere di dimagrire? Non è che sto cercando di evitare di mettermi sotto e di lavorare sodo? Quel tarlo ha lavorato per mesi nella mia testa. Poi, all’improvviso ho compreso: non avevo bisogno di assumere un’altra forma né di diventare più simile a com’ero stata per essere chi sono, per rivelare la mia vera essenza. Con questo non voglio dire che, se ritieni di essere grassa, non dovresti dimagrire. Ognuno fa le scelte che ritiene più giuste per la propria vita. Questa è semplicemente la mia storia.
Trovare la propria verità
Io ho rifiutato l’idea preconcetta che accettare di avere un corpo non conforme significasse rassegnarsi o lasciarsi andare. La compassione verso me stessa mi ha aiutato a vivere la mia vita secondo le mie regole, a fregarmene delle persone che “per il mio bene” mi spronavano a dimagrire. La compassione verso me stessa mi ha permesso di accettarmi davvero per come sono e dove sono in questa fase della mia vita. Se non ti guardi con compassione e gentilezza e ti rifiuti di vedere chi sei, qualunque tipo di miglioramento tu voglia apportare sarà sempre dettato dalle regole e dagli standard di qualcun altro. Non solo: sarà guidato dalla paura di fallire. Perché, se a decidere chi dovresti essere non sei tu, come puoi pensare di rivelare davvero il tuo Sé più profondo?
La compassione verso sé stesse è la strada più sensata per imparare ad amarsi. E non è una scorciatoia. Durante il percorso si apprende a non abbandonarsi mai, qualunque cosa accada, qualunque siano la nostra forma, i limiti, gli errori e i miglioramenti che vogliamo (e non dobbiamo) apportare a noi stesse e alla nostra vita.