Il bisogno di essere viste

Se sei un’introversa come me, sei combattuta in continuazione tra il desiderio di scomparire e il bisogno di essere vista dagli altri. Nei rapporti interpersonali un’introversa trova la sua dimensione d’elezione nell’interazione uno a uno. Ma nel gruppo si eclissa, sparisce. Abracadabra: diventa invisibile. Eppure la persona introversa vorrebbe tanto essere notata nel mucchio. Come in quella famosa scena del film Ecce Bombo, in cui Nanni Moretti nel suo alter ego Michele Apicella, invitato a una festa, domanda (e si domanda): Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?. Noi introverse viviamo questa contraddizione in modo talvolta lacerante. Dobbiamo fare una scelta: non possiamo nasconderci ed essere viste allo stesso tempo.

Vivere in una conchiglia

Da introversa tendi a costruirti una corazza, una sorta di conchiglia in cui nasconderti e restare isolata, protetta, lontana dalle intrusioni esterne. In quel guscio protettivo ti senti al sicuro: nessuno può vedere le tue imperfezioni, nessuno può ferire i tuoi sentimenti, nessuno può raggiungerti davvero. Ma quando sei chiusa nella tua conchiglia, non puoi nemmeno interagire col mondo esterno. La distanza che hai messo tra te e gli altri ti separa dal mondo fuori di te. Non esiste connessione con gli altri, non esistono la comprensione, l’amore, l’abbraccio e tutti i tesori che caratterizzano le interazioni sociali, e di cui ti privi. Se sei un’introversa, vorresti poter superare quel dualismo, essere in grado di restare nel ventre della conchiglia ed entrare comunque in comunione con l’altro da te. Ma per entrare in comunione devi accettare di entrare a far parte di una comunità, e questo presuppone lasciare che gli altri ti conoscano. Devi uscire dalla conchiglia.

Solitudini differenti

Qualche tempo fa ho visto Castaway on the moon, un film coreano che ho trovato bizzarro e poetico insieme. Senza troppi spoiler (se non l’hai visto, te lo raccomando), è la storia di un uomo che vive a Seoul, ed è talmente angosciato dai suoi problemi personali che decide di suicidarsi buttandosi nel fiume Han. Il suo tentativo non va a buon fine e si ritrova su un isolotto abbandonato, poco lontano dalla città, che viene utilizzato per gettarci i rifiuti. Dopo la disperazione iniziale, l’uomo comincia la sua sopravvivenza rocambolesca su quel territorio dimenticato. Contemporaneamente, in un’altra zona di Seoul, vive una ragazza hikikomori, che da anni non esce dalla sua stanza. La sua vita è fatta solo di interazioni online. Guarda il mondo dalla finestra della sua stanza attraverso una macchina fotografica con un potente obiettivo. Un giorno intercetta per caso il nostro protagonista maschile: le due storie si incrociano e prendono una piega inaspettata. Ciò che mi ha colpito del film è la condizione di solitudine e isolamento che condividono i due personaggi. Da un lato c’è l’uomo, che vive in una metropoli, attorniato da migliaia di persone, ma nella quale, di fatto, non esiste: nessuno nota la sua assenza, nessuno sente la sua mancanza. Dall’altro c’è la ragazza, che sceglie di scomparire agli occhi del mondo, perdendo la propria identità e chiudendo la vita fuori dalla sua stanza, reale e metaforica insieme. Entrambi sono accomunati dallo stesso bisogno: essere visti.

Vulnerabilità, paura, speranza

Che tu sia o meno introversa, lasciare che gli altri ti vedano equivale a lasciare che gli altri ti conoscano, che entrino nel tuo mondo. Essere viste significa abbattere i muri, rompere i gusci, abbassare le difese, rendersi vulnerabili. E quando lo fai, appena inizi ad aprire, la prima emozione che ti assale è la paura. Come la luce che entra improvvisa in un luogo buio, la paura ti paralizza, non ti fa vedere altro. Temi di non essere accettata per come sei, temi l’incomprensione, il giudizio. Ti senti inerme e indifesa. Se provi, però, a non farti bloccare dalla paura iniziale, a non lasciare che sia la paura l’esperienza più importante che segna la tua uscita allo scoperto, allora devi correre il rischio di lasciarti vedere. Devi barattare quella paura con la speranza, se non addirittura con la fiducia, che sarai accolta da quel mondo che tanto ti spaventa. Che lasciarti vedere significhi lasciarti conoscere, accettare, amare.

La libertà fuori dalla conchiglia

Nella tua conchiglia vivi come in una prigione. È vero che nessuno ti può toccare ma è vero anche il contrario: nemmeno tu puoi toccare gli altri. Quando esci dal tuo isolamento volontario, la tua ritrovata visibilità ti rende libera. Perché c’è libertà nell’essere te stessa, nell’essere aperta alla connessione, nell’esprimere i tuoi pensieri con una comunità che li condivide. È proprio questa la chiave di lettura: l’altro da noi, gli occhi che ci guardano, le braccia che ci accolgono. Non abbiamo bisogno di essere viste da tutti ma dalle persone che sentiamo affini. Abbiamo bisogno di essere legittimate da un cerchio di persone di cui scegliamo di far parte, di una tribù a cui sentiamo di appartenere.

Stabilire i propri confini

Quando usciamo dalla nostra conchiglia, a volte è faticoso anche entrare in relazione con le persone che scegliamo. La contraddizione che credevamo superata fa sentire ancora la sua eco: vorremmo tornare a essere invisibili. Ho imparato che, in questi casi, basta essere dirette e sincere. Esistono molti tipi di schermi con l’esterno. Uno dei più efficaci è stabilire i propri confini. Quando non voglio interagire con il microcosmo che mi circonda, mi do il permesso di dirlo a voce alta: ho bisogno di stare per conto mio, ho bisogno di un momento per me, ho bisogno del mio spazio. Se ho scelto bene la mia tribù, il mio bisogno sarà accolto e i miei confini rispettati. Il nostro bisogno di essere viste è legittimo, com’è legittimo il bisogno di essere amate o di mantenere le nostre distante di sicurezza. Trovare il nostro equilibrio tra cosa siamo disposte a mostrare e ciò che vogliamo tenere per noi, tra i momenti in cui ci fa piacere socializzare e quelli in cui vogliamo raccoglierci è un lavoro, è vero. Ma è un lavoro che ci rende libere, ci rende forti, ci rende visibili. Finalmente. Anche tu vivi questa contraddizione? Come l’hai risolta? Se ti va, scrivimelo nei commenti oppure in privato, all’indirizzo ciao@giovannamartiniello.it.
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